L’errore più comune: chiedere “un restyling” quando il problema è altrove
Quando un’azienda cerca un UX/UI Designer, spesso parte da una richiesta apparentemente semplice: “rifacciamo la UI”, “modernizziamo il sito”, “rendiamo l’app più attuale”. È una reazione naturale, perché l’interfaccia è la parte visibile del prodotto digitale e quindi diventa il bersaglio più immediato su cui proiettare la sensazione che qualcosa non stia funzionando.
Il punto è che, nella maggior parte dei casi, quella sensazione nasce da frizioni che non dipendono davvero dalla grafica: dipendono dal modo in cui il prodotto è stato pensato, dalle regole interne che si sono stratificate nel tempo e dai passaggi “obbligatori” che esistono più per soddisfare un processo aziendale che per aiutare l’utente. La UX serve proprio a smontare questa ambiguità: non per negare l’importanza della UI, ma per capire se stiamo davvero intervenendo sulla causa o solo sul sintomo.
Ragioniamo prima di rifare la UI
L’interfaccia è il sintomo, il processo è la causa
Un’interfaccia confusa raramente è “solo” un’interfaccia confusa. Spesso è la traduzione grafica di un processo già problematico: decisioni prese in momenti diversi, da reparti diversi, con obiettivi diversi. È il classico scenario in cui un flusso diventa lungo e pieno di eccezioni, non perché qualcuno abbia progettato male i pulsanti, ma perché l’azienda ha inserito vincoli e micro-regole per gestire esigenze interne, compliance, organizzazione, misurazioni o dinamiche operative.
Il risultato è che l’utente percepisce frizione, e quella frizione si manifesta nel punto più evidente: la UI. Ma se ridisegni la UI senza rimettere mano al processo che la alimenta, stai facendo un lavoro cosmetico: magari migliora la percezione, però non migliora davvero l’efficacia, e soprattutto non migliora la sostenibilità del prodotto nel tempo.

La UX come strumento di diagnosi, non come “fase di wireframe”
Qui entra il vero valore del lavoro UX: la capacità di leggere il prodotto come un sistema e non come una raccolta di schermate. Un UX/UI Designer serio non parte dal disegno: parte dalle domande. Dove si blocca l’utente? Qual è lo step in cui abbandona? Quali sono i punti in cui il team interno riceve più ticket? Quali metriche raccontano il problema e quali invece lo nascondono? Questa impostazione cambia completamente anche la relazione con l’azienda: non si tratta più di “scegliere un layout”, ma di capire perché il prodotto sta perdendo conversioni, tempo, fiducia o richieste di contatto.
Ed è un motivo per cui molte aziende preferiscono un UX/UI Designer freelance: perché porta un approccio consulenziale, più libero da dinamiche interne e spesso più rapido nel far emergere le vere cause, soprattutto quando il progetto è già in produzione e non si può ricominciare da zero.
Partiamo dal flusso, non dalla UI
Quando il prodotto riflette l’organigramma invece dell’utente
Una cosa che si vede spesso nei progetti digitali è che l’esperienza utente finisce per assomigliare all’organizzazione interna dell’azienda. Ogni reparto “ha bisogno” di qualcosa, ogni esigenza interna diventa un passaggio nel flusso, ogni eccezione viene gestita aggiungendo un’ulteriore schermata o una regola in più. Così nascono percorsi frammentati, pagine ridondanti e flussi in cui l’utente non capisce più cosa sia importante e cosa sia un requisito interno mascherato.
La UX, in questi casi, non è una semplificazione ingenua: è un lavoro di traduzione e gerarchia. Significa riconoscere cosa è indispensabile e cosa è solo abitudine, cosa va mostrato e cosa va nascosto, cosa può essere rimandato e cosa deve essere chiarissimo subito. È un tipo di progettazione che impatta direttamente su UI e contenuti, ma soprattutto sulle regole di base del processo.
Perché rifare la UI spesso non migliora conversioni e contatti
Capita che un’azienda investa in un redesign UI e, qualche mese dopo, si ritrovi con gli stessi numeri di prima. La UI è più moderna, magari più coerente con il brand, ma la conversione non cresce, i lead non aumentano, il supporto continua a ricevere le stesse domande. Questo succede perché l’interfaccia “bella” non compensa un flusso sbagliato.
Se il processo è confuso, l’utente continuerà a sentirsi insicuro, continuerà a esitare e continuerà ad abbandonare. In termini pratici, la UX dovrebbe essere la fase in cui si decide cosa deve accadere e perché, mentre la UI è la fase in cui si decide come presentarlo nel modo più chiaro possibile. Quando questa sequenza si inverte (prima UI, poi “vediamo il flusso”), il design finisce per essere una copertura, non una soluzione.
Il vantaggio dello sguardo esterno di un UX/UI Designer freelance
Un UX/UI Designer freelance ha un vantaggio che spesso viene sottovalutato: non è immerso nella quotidianità dei vincoli interni e quindi nota subito ciò che dall’interno è diventato “normale”. Questo è particolarmente vero in contesti come Milano, dove molte aziende hanno prodotti digitali cresciuti in fretta, magari con più release, più stakeholder e più strati di decisioni nel tempo.
Lo sguardo esterno permette di fare una cosa fondamentale: separare ciò che è realmente necessario da ciò che esiste solo perché “si è sempre fatto così”. Non significa ignorare le esigenze di business, anzi: significa allinearle all’esperienza utente, perché un processo più chiaro riduce frizioni e aumenta risultati misurabili (conversioni, richieste, retention, soddisfazione, riduzione dei ticket).

UX, UI e processo devono lavorare insieme (o il prodotto si inceppa)
La verità è che UX e processi aziendali non sono mondi separati. Se il processo interno è disegnato male, inevitabilmente il prodotto digitale lo rifletterà. Se la UX viene coinvolta tardi, la UI dovrà “compensare” a colpi di tooltip, messaggi, eccezioni e schermate aggiuntive. Se invece la UX viene usata per leggere e ottimizzare il processo, la UI diventa più semplice perché non deve più fare da stampella a un sistema confuso. È per questo che le aziende che cercano UX/UI Designer non dovrebbero pensare solo a “chi mi fa le schermate”, ma a “chi mi aiuta a progettare un’esperienza che funziona davvero”.
La differenza tra un redesign estetico e un intervento UX serio è che il secondo non si limita a cambiare l’aspetto: cambia il modo in cui il prodotto guida l’utente verso un obiettivo, rispettando i vincoli ma riducendo le frizioni inutili.
Conclusione: la UX rivela il problema prima ancora di risolverlo
Quando un prodotto digitale non funziona, l’interfaccia è quasi sempre il punto in cui il problema si manifesta, non il punto in cui nasce. La UX è la disciplina che ti permette di risalire dal sintomo alla causa, e spesso la causa è un processo: interno, stratificato, non allineato, o semplicemente mai progettato con intenzione. Un UX/UI Designer lavora proprio qui: mette ordine, crea gerarchie, rende i flussi comprensibili e sostenibili, e solo dopo traduce tutto in un’interfaccia chiara e coerente. Se vuoi risultati reali, la domanda non dovrebbe essere “come rifacciamo la UI?”, ma “che cosa sta succedendo nel processo che porta l’utente a bloccarsi?”.



